EDITORIALE del 14 febbraio 2000
a cura di Mirella Izzo
... ed eccoci alla nostra seconda chiacchierata.
Un primo bilancio del nostro sito a pochissime settimane dalla sua
nascita è abbastanza lusinghiero. Una media di 15 - 20 contatti
al giorno non sono pochi vista la scarsità di link che portano
a noi e la lentezza dei motori di ricerca nell'indicizzarci e aggiungerci
al loro database. Cercheremo di promuovere in ogni modo queste pagine
e, ovviamente, invitiamo tutte le persone, associazioni, enti che
abbiano siti riguardanti tematiche attinenti alla nostra di linkarci
previa comunicazione scritta. Ciò anche al fine di stabilire
un rapporto di reciprocità di collegamenti...
Ribadisco l'invito a scriverci
se avete domande, curiosità, proposte, progetti. Pubblicheremo
volentieri le vostre missive.
Veniamo all'argomento di questo editoriale....
Transessualismo
"primario", "secondario", parafilie, autoginefilia:
Alcune riflessioni
Preso atto che, a tutt'oggi, non esiste alcuna certezza
scientifica sulla "eziopatogenesi" del transessualismo (oggi
denominato D.I.G - Disturbo dell'Identità di Genere - sul DSM
IV) e che eventuali predisposizioni neurobiologiche (cromosomiche,
endocrine, genetiche, cerebrali) sono ancora ben lontane dall'essere
in qualche modo dimostrabili (cfr. "Il Transessualismo - Identificazione
di un percorso diagnostico e terapeutico" di Belgrano-Fabris-Trombetta.
Editrice Kurtis - Milano - capitolo
"Ipotesi eziopatologiche sul transessualismo), ci soffermeremo
sull'aspetto "psicodinamico-relazionale" del fenomeno. Questo
anche perchè - a tutt'oggi - è proprio nelle dinamiche
psicologiche che vengono trovati i segni di una diagnosi di "transessualismo
(DIG)" utile ai fini dell'autorizzazione per la riattribuzione
sessuale ai sensi della legge 164 attualmente
in vigore nel nostro paese.
Il principale discrimine che accomuna quasi tutte le teorie sull'origine
del DIG è la divisione tra transessualismo primario e transessualismo
secondario. Una suddivisione molto importante e con significative
conseguenze per noi transessuali in quanto una diagnosi di transessualismo
secondario difficilmente può dar corso ad una perizia favorevole
per l'intervento di riassegnazione chirurgica del sesso (da ora SRS).
Se da una parte la definizione di transessualismo primario corrisponde
perfettamente allo "stereotipo" ormai conosciuto da tutti
del transessualismo (esordio precoce, preferenza di giochi dell'altro
sesso, rifiuto dei propri genitali, travestimento non feticistico),
diversa è più complessa è la definizione di transessualismo
secondario.
Secondo A. Godino, A. Lacarbonara in "Identità multiple-
psicologie del transessualismo" - (Franco
Angeli Editore - 1998) "per transessualismo secondario
si intende una situazione clinica che ha l'apparenza di una condizione
transessuale primitiva (...) ma che in effetti è il sintomo
e l'effetto secondario di un disturbo mentale".
Secondo gli stessi autori il transessualismo secondario si può
dividere in tre sottocategorie:
"a) secondarietà rispetto a psicosi schizofreniche
(delirio identitario nello schizofrenico);
b) transessualismo come equivalente depressivo (regressione della
sessualità e crisi della identificazione sessuale, con svalorizzazione
di Sé e travestitismo;
c) "crisi transessuali" in situazioni di disadattamento
post-stress".
Secondo Godino-Lacarbonara "in questi casi (...) l'autorizzazione
al cambiamento di sesso va senz'altro negata..."
Differente valutazione del termine fanno invece Fabrizio Delle
Grotti e Biagia Todino in "Transessualismo e Identità
di Genere - indagine clinica e sperimentale - (Edizioni
Universitarie Romane - 1999) a cura di Vezio Ruggieri e Anna Rita
Ravenna.. Sul transessualismo secondario essi dichiarano: "Alcuni
autori (Riva, 1985; Baldaro-Verde, 1991) parlano di Transessualismo
primario e secondario e sembrano fondare la distinzione sul periodo
di manfiestazione del fenomeno: prima infanzia vs. asolescenza. Di
fatto gli stessi autori collegano al concetto di Transessualismo secondario
le categorie di transitorietà, reattività, disturbi
psichiatrici primari e si pongono fuori dai criteri del DSM IV e dell'ICD-10,
generalmente adottati nella definizione del transessualismo. In questi
casi a noi appare più opportuno utilizzare il termine pseudotransessualismo,
riservando la dizione secondario a quelle situazioni in cui, nel rispetto
dei criteri del DSM IV, le manifestazioni si evidenziano in età
adolescenziale o adulta.
Gli autori in questo caso tendono a considerare sia il transessualismo
primario che quello secondario come vero transessualismo e definiscono
come pseudotransessualismo le condizioni "patologiche" che
ne simulano i "sintomi".
La questione si complica nuovamente leggendo quanto
sul tema viene detto ne "Il transessualismo" (opera già
citata) da Fabris, De Vanna, Scapin. Rifacendosi anch'essi al DSM
IV arrivano a conclusioni opposte a quelle di Delle Grotti e Todino.
Essi infatti considerano nuovamente i transessualismi secondari
come pseudotransessualismi (GIDNOS) ed - escludendo i casi
di intersessualità - attribuiscono loro uno stato di "comorbilità
psichiatrica" che può essere:
"- delirio transessuale nella schizofrenia
- depressione con deliroide olotimico
- disforia sessuale in travestito parafilico (precipitata da stress
o depressione)
- crisi transessuali dell'adolescenza (legate: a perdita di persona
significativa, a malformazioni uro-andrologiche, a dismorfobie)
- autoginefilia completa anatomica
evoluta (immaginiamo solo per le trans androginoidi.N.d.a.)
- omosessualità effeminata e ginemimetismo evoluti in GID
(o DIG) (sempre per androginoidi. N.d.a.)
- disforia sessuale legata a crisi esistenziale (problemi economici,
sentimentali, ecc)
- disturbo dell'identità di genere (?? N.d.a.)
- disforia sessuale legata a disturbo da personalità multiple
- disforia sessuale in psicopatici con comportamenti narcisistici,
antisociali, sessualmente perversi
- disturbo borderline della personalità".
In un tale clima di incertezza diagnostica, la "sorte"
di una persona transessuale sembrerebbe più legata alla struttura
o al professionista contattato che non ad una condizione di oggettività
diagnostica.
Fabris, De Vanna e Scapin rivolgono poi particolare attenzione
alle cosiddette "parafilie" come possibili origini di una
"sindrome transessuale secondaria". Sono considerate parafilie
tutti quei "disturbi" caratterizzati da un'eccitazione sessuale
canalizzata o su oggetti (feticismo) o su situazioni erotiche "anomale"
rispetto alle normali modalità di eccitazione e che
interferiscono sulla possibilità di una sessualità reciprocamente
affettuosa. Sono considerate parafilie:
1) Esibizionismo
2) Feticismo
3) Frotteurismo
4) Pedofilia
5) Masochismo e Sadismo sessuale
6) Voyeurismo
7) Travesitismo
8) Autoginefilia
Solo ed esclusivamente per l'autoginefilia
viene riportata la possibilità di una coesistenza della stessa
con una genuina DIG.
Il rapporto tra parafilie (in particolar modo l'autoginefilia ma non
solo) e transessualismo rappresenta, a mio parere, il punto più
critico e discutibile degli attuali criteri diagnostici "dominanti".
Le parafilie infatti vengono considerate come possibili cause di crisi
transessuali non permanenti o comunque tali da non consentire ed autorizzare
l'intervento di riassegnazione sessuale. Per il "transessualismo
secondario" nel quale vengono incluse a tutti gli effetti le
"parafilie", Fabris, De Vanna e Scapin prevedono infatti
che "... è invece importante, in prima istanza, cercare
di porre rimedio al disturbo psichico che ne è alla base".
Non è però chiarito cosa fare in seconda istanza,
qualora la risposta transessuale fosse l'unica via d'uscita funzionante
alla base del supposto disturbo psichico nè se e con quali
metodologie diagnostiche sia possibile "guarire" dalle parafilie
in genere e dall'autoginefilia in particolare.
Inoltre nello stesso testo (capitolo "il rapporto con lo psichiatra"di
Vanna - Fabris) si dice, in riferimento a casi di pseudotransessualismo
derivato da disturbi psichiatrici, che "alla categoria delle
persone psicopatiche appartengono anche quei perversi sessuali che,
con l'intervento chirurgico, vogliono mettere fine ai propri comportamenti
da zoofili o da pedofili, vissuti ormai come intollerabili anche da
loro stessi".
L'unica costante di tutte le analisi esposte è che
le parafilie (vengano esse classificate come transessualismo secondario
o pseudotransessualismo) possono sfociare in una sindrome pseudo -
transessuale e che in presenza di questo quadro diagnostico sia da
evitare l'autorizzazione sia all'intervento chirurgico sia alla prescrizione
di una terapia ormonale.
Ciò che sinceramente stupisce è la mancanza assoluta
di indagine che inverta il rapporto causa ed effetto, ovvero che ipotizzi
l'insorgenza delle parafilie a seguito di un disturbo dell'identità
di genere rimosso o negato e che solo nell'accettazione e maturazione
della decisione di transizionare queste dinamiche trovino remissione.
Questa ipotesi ha maggior valore per l'autoginefilia
ma potrebbe interessare anche altre parafilie ed è nostra convinzione
che possa essere decisamente più credibile di quella attualmente
presa in considerazione dalla scienza ufficiale. In USA sono ormai
molte le transessuali autoginefile operate e non sembra affatto che
per esse il follow up post operatorio abbia dato risultati diversi
dalle transessuali primarie (vedi anche articolo su autoginefilia).
Prossimamente pubblicheremo in traduzione italiana le F.A.Q. sull'autoginefilia
dell'americana Anne Lawrence, M.D che porta alcuni primi dati a comprova
di questa ipotesi.
Il ribaltamento tra cause ed effetti, in questa circostanza, avrebbe
un valore davvero dirompente, in quanto riporterebbe nell'alveo del
transessualismo "vero, genuino" molte delle situazioni oggi
definite secondarie (o "pseudo") ed allargherebbe di molto
la casistica di persone che potrebbero usufruire del diritto alla
propria identità di genere.
E' noto a chiunque si occupi di transessualismo che in questi ultimi
anni la percentuale di persone che prova il desiderio di transizionare
in età ormai adulta, dopo avere avuto una vita apparentemente
normale nel genere di nascita, è in forte aumento. Preso atto
di questo dato, se fosse vera l'ipotesi attualmente dominante, bisognerebbe
concludere che nella popolazione sono in forte aumento le perversioni
sessuali ed in particolar modo le parafilie. Se invece si considerasse
l'ipotesi che abbiamo proposto, la spiegazione di questo aumento potrebbe
essere più facilmente ricercata in una maggiore libertà
ed accettazione sociale del fenomeno transessuale.
Altro aspetto della questione che non ho mai visto
preso in considerazione è se il DIG possa essere un fenomeno
evolutivo o stabilizzato e costante. Spesso si legge che il DIG ha
una sintomatologia ad esordio precoce, costante nel tempo, simile
al delirio paranoico nella sua determinata costanza. Quello che invece
noi transessuali possiamo vedere nella realtà è che
non sempre le cose stanno in questo modo. Molto frequentemente invece
le persone che lamentano un disagio forte e costante e che vogliono
transizionare hanno avuto nella propria storia personale un alternanza
di periodi in cui hanno vissuto nel proprio genere genetico seguiti
da momenti di crisi, in un crescendo di intensità tale da far
pensare che il DIG possa presentarsi anche sotto forma di fenomeno
in evoluzione. A nostro parere probabilmente esso non è necessariamente
immutabile nel tempo ma può anche essere un "fenomeno"
che cresce e si sviluppa con il crescere e svilupparsi della persona,
anche se -pare -ben raramente tale sviluppo possa in qualche modo
essere reversibile...
Ovviamente tutte queste ipotesi sarebbero da studiare in profondità,
seguendo più casi con occhi aperti e con la disponibilità
ad esplorare nuovi percorsi "diagnostici". Il diritto alla
serenità delle persone transessuali è infatti legato
anche a come verranno interpretati i segni di un disagio di genere
che è sempre stato presente nella storia dell'umanità
e che solo da pochi anni può offrire da un punto di vista ormonale,
chirurgico e sociale un grado di soddisfazione accettabile.
Concludendo, credo di poter dire che ancora molta strada deve essere
fatta per comprendere appieno le dinamiche della condizione transessuale
e che essa potrà essere fruttuosamente percorsa solamente con
il contributo essenziale delle persone e dei movimenti transessuali.
Anche per questo, Crisalide - Arcitrans c'è.
Mirella Izzo