EDITORIALE del 20 Febbraio
2002
a
cura di Mirella Izzo
SYLVIA
RIVERA CI HA LASCIATO:
UN COMMOSSO RICORDO PERSONALE
ED UNA BREVE BIOGRAFIA A CURA DI MASSIMO CONSOLI
Sylvia
ebbi l'onore.. davvero l'onore di conoscerla in occasione del World
Pride 2000 di Roma. Passai con lei e la sua compagna (insieme a Matteo
Manetti, nostro vicepresidente, Helena Velena e Maya) tutto il post
pride parade fino a notte inoltrata. Ebbi modo di conoscere una persona
semplice ed affabile. Una persona con grande carisma e con una carica
umana forte e decisa. Il suo intervento sul palco del World Pride
è passato troppo inosservato per i suoi contenuti a favore
della comunità transgender troppo spesso storicamente dimenticata
dal movimento gay e lesbico. Sylvia era l'impersonificazione dell'orgoglio
transgender. Era storia vivente.. e storia rimarrà scolpita
nei nostri cuori. Qualsiasi cosa il movimento glbt deciderà
di fare in suo onore (e qualcosa, davvero dobbiamo fare) sarà
poco rispetto al dimenticatoio nel quale fu relegata per troppi anni.
Lacrime e sangue sono gli umori che noi transgender abbiamo sempre
versato per affermare la nostra esistenza.
Lacrime e linfa dedico a Sylvia
Mirella
Izzo
Di
seguito i fatti e un riassunto della biografia di Sylvia Rivera di
Massimo Consoli:
Sylvia Rivera e' morta ieri, 19 febbraio, alle 5.30 del mattino,
al St.
Vincent's Manhattan Hospital di New York, in seguito ad un cancro
al
fegato. Aveva 50 anni. La notizia e' stata diffusa dal reverendo Pat
Bumgardner della Metropolitan Community Church, una delle chiese gay
piu' importanti degli Stati Uniti, ed e' stata pubblicata dal "New
York
Times" di oggi (che lo scrittore David Thorstad ha provveduto
ad
inviarci subito, insieme ad altre informazioni).
Aveva cominciato la sua avventura come prostituto, battendo il
marciapiede fin dall'eta' di 10 o 11 anni. All'epoca si chiamava Ray,
ed
era un grazioso maschietto. Presto prese coscienza della sua identita'
e
della sua realta', offrendo aiuto e assistenza alle giovani marchette
che, aveva visto, morivano presto per una coltellata, od una overdose
o
finivano intrappolate in una vita senza senso e senza scopo, come
racconto' a Martin Duberman ("Stonewall", Dutton, 1993).
Piu' tardi
apri' un rifugio che ribattezzo' "STAR House" (STAR = Street
Transvestite Action Revolutionnaires).
Ben presto rimase delusa dalla politica perbenista della maggioranza
del
movimento gay che, addirittura, all'inizio degli anni '70 vide la
"Gay
Activists Alliance" togliere i travestiti dall'elenco delle proprie
priorita'.
Tutto questo la spinse alla droga ed al vagabondaggio finche' fini'
a
vivere in un magazzino abbandonato del porto di New York.
Io l'ho conosciuta proprio in quel periodo, nel giugno e luglio 1989,
quando mi trovai di nuovo in citta' per partecipare ai festeggiamenti
per il 20. anniversario dello Stonewall.
Ad una riunione dei vari leader sopravvissuti presso il "Gay
and Lesbian
Communitity Services Center", Ray "Sylvia" Rivera (come
mi scrisse su un
biglietto) prese la parola aggredendoli per la loro scarsa memoria.
«La
scintilla della rivoluzione», cito a memoria, «l'abbiamo
iniziata noi
checche, travestiti e puttane. Dov'e' stavate voi, ch'eravate nascosti
allora, e venite a raccogliere gli allori adesso, di una rivolta della
quale non avete alcun merito?»
Ma nel 1994, il movimento gay, ormai diventato Gay - Lesbico -
Bisessuale e Transgender, ne ricordo' i meriti e la volle al posto
d'onore durante la marcia per il 25. anniversario dello Stonewall.
Gli italiani hanno avuto la fortuna di vederla in occasione del World
Gay Pride del 2000, a Roma.
Negli ultimi tempi era tornata alla militanza, ed aveva aperto un
altro
rifugio per transgender, la "Transy House", a Brooklyn.
Lascia a piangerla un'amica carissima, Julia Murray, e tutti noi che
ne
abbiamo conosciuto la straordinaria forza del carattere, di combattente
coraggiosa, e la generosita' di un cuore che batteva per tutti e che
tanto ha fatto per tutti noi, anche per coloro che non l'hanno mai
conosciuta e neppure hanno mai saputo della sua esistenza.
Grazie,
Sylvia,
Massimo
Consoli
Secondo
le sue volonta', il corpo verra' cremato. Le ceneri saranno
esposte per una breve cerimonia di fronte al bar "Stonewall",
dopodiche', su di una carrozza portata da cavalli, verranno portate
al
fronte del porto di New York e li', una parte sara' dispersa nell'acqua.
Per darvi un'idea piu' precisa di chi sia stato questo personaggio,
vi
allego qui di seguito una ricostruzione della rivoluzione scoppiata
nello "Stonewall Inn" di New York, il 28 giugno 1969, riproposta
su due
miei libri, "Stonewall, Quando la Rivoluzione e' Gay" (Napoleone
Editore, Roma, 1990) e "Independence Gay" (Massari Editore,
Bolsena,
2000)
Tutto il resoconto è di Teal e Marotta, attraverso gli articoli
pubblicati da Lucian Trescott IV sul "Village Voice" del
3 luglio 1969
(«Gay Power Comes to Sheridan Square», e da Smith su "Rat",
dello stesso
mese di luglio («Queer Power: Fags Against Police in Stonewall
Bust»). E
ancora su "Rat" del 12/16 agosto («Gay Revolution
Comes Out»).
...Chi
l'abbia veramente cominciata, non si sa con certezza. Almeno due
ricercatori sostengono che è Ray Sylvia Rivera a dare inizio
al «Gay
Liberation Movement», gettando una bottiglia vuota di gin contro
la
porta dello Stonewall, mentre il manager Ed Murphy si mette tra una
checca ed un poliziotto urlando a quest'ultimo: «Perché
non ci lasci in
pace? Non hai già fatto abbastanza danni del cazzo, rotto in
culo che
non sei altro?»
«Mentre
i clienti intrappolati all'interno vengono rilasciati uno alla
volta, nella strada comincia a formarsi un assembramento [...]
all'inizio festoso, composto soprattutto da ragazzi dello "Stonewall"
che aspettano i loro amici ancora trattenuti, o che vogliono vedere
come
andrà a finire [...] Improvvisamente arriva il cellulare, e
l'umore
della folla cambia. Tre checche rumorose, o forse sono di più,
completamente travestite, vengono spinte nel furgone, insieme al barman
ed al portiere, accompagnate da un coro di strilli acuti e di
disapprovazione da parte della folla».
«Qualcuno urla di rovesciare il cellulare, ma questo parte prima
che la
minaccia possa concretizzarsi. La prossima persona ad uscire è
una
lesbica che oppone una tenace resistenza: dall'auto [della polizia,
n.d.a.] alla porta, ancora all'auto [. . .] [L'ispettore] Pine ordina
alle tre auto di allontanarsi con i fermati, prima che la folla diventi
tumultuosa [...] realizzando che la sua squadra può essere
facilmente
sopraffatta se la calma va a farsi benedire [.. .] E in quel momento
che
la scena esplode [. . .]: "Porci!", "Poliziotti froci!".
Volano monetine
[...] Una bottiglia. Un'altra bottiglia. Pine dice: "Entriamo
dentro.
Chiudiamoci dentro. E' più sicuro [. . .]". Dall'interno
viene un rumore
di finestre fracassate e di mattoni accatastati contro la porta.
Qualcuno grida [. . .] La porta viene sfondata e dentro il bar vengono
lanciate lattine di birra e bottiglie. Pine e la sua truppa si
affrettano a barricarla. In quel momento, l'unico poliziotto in uniforme
viene colpito sotto l'occhio da un oggetto [...] Pine [...] afferra
qualcuno alla vita [.. .] cadono insieme. Pine si alza e trascina
dentro, tirandolo per i capelli, il suo prigioniero. La porta viene
sbarrata un'altra volta mentre furiosi poliziotti si accaniscono contro
quest'ultimo [.. .] La porta viene abbattuta nuovamente. Altri oggetti
vengono lanciati dentro [...] Ormai ci si è dimenticati da
chi è
composta la folla tumultuante. Il casino non suggerisce più
l'idea di
finocchi che ballano. Sembra più una potente rabbia tesa alla
vendetta
[...] Il piccolo drappello di detective comincia ad aver paura [...]
Da
una finestra viene versato del liquido, subito seguito da un fiammifero
acceso [...] Il suono delle sirene coincide con l'esplosione delle
fiamme [...] E durato, in tutto quarantacinque minuti [...]».
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