Il
manifesto del Pride di Catania si caratterizza per la sua spiccata
apertura ai temi sociali generali quali la globalizzazione, il razzismo,
ecc.
E' da qualche anno che il movimento GLBT italiano ha capito che l'incomprensione
delle "differenze", seppur "diverse" tra loro,
ha un comune denominatore fatto di ignoranza, di paura e di quell'egoismo
che porta a far sì che si preferisca coltivare il proprio povero
e rinsecchito orticello, piuttosto che condividerlo con altri fino
a formare un grande campo di mille colture diverse ma straordinariamente
capace di sfamare se stessi e gli altri.
Un pregiudizio vecchio come l'umanità e che ciclicamente torna
nelle sue ondate di piena, puntuale come una "peste" non
ancora debellata.
E non è difficile trovare oggi i segni di una recrudescenza
di questa "malattia" che di volta in volta si manifesta
contro il "nero", contro il "giallo", contro gli
omosessuali, le lesbiche e, con particolare morbosa attenzione, contro
noi transessuali e transgender.
E' chiaro che questa ondata di nuova barbarie nei confronti delle
diversità è favorita, è fortemente stimolata
dal bisogno che la globalizzazione capitalista ha di omologare il
più possibile l'umanità. Mercati mondiali hanno bisogno
di consumatori il più possibilmente "replicati".
Se il visionario "Tempi moderni" di
Chaplin, già all'inizio del secolo, poneva la questione dell'omologazione
dal punto di vista del lavoro; se i "Polli di allevamento"
di un Giorgio Gaber "anni '80", metteva in guardia contro
la spersonalizzazione dell'umanità, è soltanto in questi
ultimi anni che si è iniziato a comprendere il vero rischio
di un'economia che domina incontrastata sulla politica (alla faccia
di quello che una volta si chiamava "il primato della politica").
Siamo misurati e misurabili (e quindi esistiamo) esclusivamente in
funzione del nostro essere consumatori. E solo i "gruppi"
in grado di "consumare" possono ambire ad appartenere al
privilegio del rutilante mondo "civile".
Non è un caso che è solo da quando i gay sono stati
in grado di costituire "lobby", prima di lavoro, e poi di
consumo, che - ad esempio negli USA - si è sviluppata una politica
sempre più rispettosa di questa ampia "minoranza".
Allo stesso modo non è un caso che ben diversa sorte hanno
i migranti provenienti dai paesi più poveri o - per restare
in tema glbt - noi transgender: entrambi i gruppi non detengono un
sufficiente "appeal" nella capacità di consumare.
Una sorta di "controprova" la si potrebbe avere per noi
transessuali e transgender se si avesse la voglia di andare a misurare
il livello di "transfobia" tra la categoria dei chirurghi
plastici. Sono convinta che si registrerebbe una delle più
basse percentuali di prevenzione nei nostri confronti. Infatti per
costoro noi rappresentiamo un appetibilissima "fetta di mercato".
Analogo discorso si potrebbe fare per quei macellai che vivono in
quartieri con alta densità di popolazione araba che si sono
convertiti alla macellazione "islamica"...
La legge del mercato lasciata a se stessa è tale da costituire
un "attacco" allo stesso nucleo della natura umana (differente,
difforme, multiculturale). E' evidente che di fronte ad un tentativo
di omologazione così potente e transnazionale, non poteva non
svilupparsi una qualche forma di "resistenza". Il movimento
"no global", il "no logo" sono tra le poche risposte
che una parte dell'umanità sta imparando a darsi.. Per ora,
nel gioco complesso delle "forze in campo", rappresenta
poco più di un'espressione di insofferenza informe (o meglio
multiforme), ma porta in sé tutte le potenzialità di
diventare il nucleo duro della rivolta dell'uomo contro il dominio
della merce.
Non intendo comunque dilungarmi oltre sul tema "globalizzazione"
o di apertura al sociale, in quanto questo lavoro è già
stato fatto egregiamente dalle amiche e dagli amici dell'Open Mind
con il loro Manifesto del Pride.
Voglio invece dedicare queste righe di saluto al Pride di Catania
cercando di offrire uno spunto su quali limiti, ancora oggi, impediscano
al "movimento GLBT" di operare a tutto campo nella società
come soggetto politico unitario. Una sorta di riflessione interna
ma aperta anche all'esterno proprio in funzione della esaltazione
di quei valori politici che, a mio parere, possiamo portare a beneficio
della società tutta. Le "difficoltà" che abbiamo
incontrato - e poi, auspichiamo sempre, superato - nell'infanzia,
nell'adolescenza e spesso anche nell'età adulta nel confrontare
le nostre nature con la "morale" dominante rigidamente eterosessuale
e "gender-blindata" in un dualismo assoluto "maschio
vs/ femmina", dovrebbero aver sviluppato in noi (quando non abbiano
invece determinato sofferenze psicologiche superiori alla nostra capacità
di sopportare) una natura più aperta alla "verità
delle cose"; un coraggio di guardare la realtà (per quanto
soggettiva) senza veli, senza mediazioni etiche o moralistiche. Quindi:
niente più inciuci, niente più "panni sporchi lavati
in famiglia". Uno dei valori più grandi che potremmo portare
in altri ambienti "politici" è proprio quello di
saper creare un ambiente, un clima di confronto serrato ed aperto
ma pur sempre con finalità costruttive laddove sia possibile.
E un movimento GLBT che possa davvero essere capace, TUTTO INSIEME
e non a pezzettini, di intervenire, di dire la propria "sulle
cose del mondo", dovrebbe, a mio parere, essere prima di tutto
capace di essere davvero "GLBT".
E questo, ancora non è.
Ciononostante, la crescita del movimento "GLBT - parallela alla
nascita del movimento "NO GLOBAL" - ha determinato alcuni
mutamenti significativi. Nato a tutela dei diritti delle persone gay,
lesbiche, bisessuali e transgender, questo movimento - per una sorta
di processo di osmosi - ha iniziato, in questi ultimi anni, ad intrecciare
il proprio percorso di crescita con quello anti-globalizzazione. "Resistenti"
loro, "resistenti" noi.
In Italia, il World Pride 2000 e ancor di più la manifestazione
antirazzista di Verona dell'anno successivo - totalmente organizzata
dal movimento glbt - hanno rappresentato il primo esempio visibile
di un cambiamento di "rotta", di una modificazione delle
coscienze ...
Come spesso accade tra gli "ultimi", la consapevolezza dell'essere
un soggetto discriminato ed emarginato sviluppa una amorevole sensibilità
verso le "discriminazioni" altrui ed in questo senso, per
un certo periodo, il movimento glbt italiano si è eretto a
paladino dei "diritti civili" tout court in un vuoto politico
quasi totale.
La contaminazione tra "GLBT e "NO GLOBAL" ha insomma
arricchito di nuove sensibilità entrambi i movimenti o perlomeno
sta iniziando a farlo.
Come accennavo precedentemente però, accanto a questa crescita
del nostro movimento sono rimaste irrisolte o "sepolte"
senza un'adeguata discussione, alcune "differenze interne"
importanti. "GLBT" è una sigla a cui non corrisponde
- a tutt'oggi - una reale unità "politica", una parità
di dignità interna.
Volendo azzardare una sorta di parallelo tra le componenti gay, lesbiche,
bisessuali e transgender del movimento GLBT "occidentale"
e le relative"classi sociali" della storia di questi ultimi
secoli, a mio modo di vedere, i gay possono essere accostati ad un
"proletariato" ormai prossimo ad acquisire i privilegi borghesi
(perlomeno dove sono stati capaci di imporsi come "mercato");
le lesbiche potrebbero assomigliare a quel gruppo di persone che esprime
un'economia sommersa laboriosa e diffusa ma che fatica ad emergere
fino alla piena visibilità; i/le bisessuali sembrano invece
più appartenere alla classe dei "paria" indiani...
Intoccabili, invisibili ed invisi (o perlomeno poco simpatici) tanto
agli etero, quanto aglli omosessuali. Acclamatissimi esponenti del
movimento gay (vedi ad es. "Amori senza scandalo" di Paolo
Rigliano) sostengono addirittura l'inesistenza della bisessualità
(pur accettandola nell'acronimo GLBT) o la riducono ad un mero succedaneo
dell'omosessualità o, ancor peggio, ad una pura e semplice
ipocrisia fondata sul rifiuto della propria omosessualità.
D'altra parte è proprio la caratteristica dei bisessuali di
essere tra la "norma" e l'"antinorma" a renderli
da una parte invisibili, dall'altra poco simpatici agli orgogli di
appartenenza per orientamento sessuale.
Le persone transgender, infine, a mio modo di vedere, sono state assimilabili
fino a pochi anni fa ad un "sottoproletariato" ancora fondamentalmente
"incosciente" di sè e come tale succubo della stessa
"cultura dominante" che li emargina (vedi l'accettazione
passiva del ruolo sociale prestabilito e percorso obbligato di "prostitute",
ancora diffuso tra le trans). Ma è proprio dal sottoproletariato
che sono nati i ribelli, i "Masaniello" o - se vogliamo
adeguarci ad un esempio più calzante - le Silvia Rivera capaci
di far esplodere la miccia della rivolta (tanto a Napoli quanto a
Stonewall).
"GLBT è in realtà un acronimo di un movimento che
rappresenta diverse realtà che hanno avuto percorsi di crescita
molto difformi tra loro: un rapporto di contiguità più
che di comunità. Un fatto decisamente non irrilevante che ha
determinato comportamenti non sempre compatibili con un'idea di "movimento
unitario" tra le sue varie compenenti.
E all'interno della "galassia" GLBT le distinzioni interne
hanno spesso prevalso sul senso di unità... Tra le tante "distinzioni"
- che potrei anche tradurre con "diffidenze" e persino ostilità
- che hanno riguardato le singole componenti del movimento, quelle
destinate alle persone transgender e transessuali hanno assunto, in
diversi momenti storici e geografici, i connotati più pesanti,
fino a raggiungere livelli di vera e propria discriminazione.
Le persone transgender e transessuali fino a pochi anni fa - seppur
nell'ostilità generale - potevano accedere a qualsiasi locale
eccetto quelli "gay", dai quali erano regolarmente e rigidamente
escluse. Le transessuali lesbiche sono tutt'ora invise ad una parte
del movimento lesbico (si pensi alla Lista Lesbica Italiana in internet
che ancora oggi si perita di sottoporre le aspiranti iscritte ad una
sorta di "terzo grado" telefonico per scoprire e "bannare"
le eventuali transessuali che volessero aderire).
Cosine mica da ridere per un movimento che paritariamente si vuol
chiamare "GLBT".
E' pur vero che le tante "Masanielle", neoistruite transgender,
ribelli (ed anche - purtroppo ancora pochissimi - guerrieri "ftm")
rese particolarmente agguerrite da una discriminazione pesante e dura,
stanno facendo breccia nel "cuore" di una parte del movimento
gay e lesbico, ma restano ancora molto diffusi pregiudizi pesanti
nei nostri confronti: da una parte - per quei gay il cui unico scopo
è oggi quello di "normalizzarsi" - la presenza "trasgressiva"
delle persone transgender diventa un peso di cui farebbero volentieri
a meno, perché li allontana dall'ansiosa ambizione di appartenenza
a quel penoso perbenismo che ben poco ha a che fare con l'essere "perbene".
Dall'altra parte - per quelle lesbiche che associano al proprio orientamento
sessuale motivazioni ideologiche antimaschili - le transgender lesbiche
portano in sè un marchio genetico per loro incancellabile.
Seppure in misura minore, anche i nostri fratelli FTM (femmine transizionanti
maschi) subiscono sorti analoghe. Se i trans (specie se gay) sono
spesso ben accolti dalla comunità omosessuale che vede (talvolta
proietta) in loro una ricchezza emotiva, emozionale e sentimentale
appartenente al residuo del loro patrimonio genetico e che risveglia
attenzione verso un "femminile" dell'uomo con il quale non
raramente i gay hanno rapporti problematici (vedi ad es. il bisogno
di travestimenti occasionali esagerati, caricaturali, che più
che esprimere il proprio femminile lo "distruggono" rendendolo
"macchietta"), altrettanto non accade con una buona parte
della comunità lesbica. Ho personalmente assisitito ad attacchi
inusitati da parte di intere, affollatissime assemblee lesbiche (arcilesbica
milano, 1998) nei confronti di quei trans ftm che - con la loro maturazione
di scelta - diventavano per costoro "le traditrici del femminile",
"le schiave della mentalità maschilista dominante".
Come uscire quindi fuori da questa pericolosa contemporaneità
che vede da una parte la crescita del movimento GLBT nella percezione
generale dell'opinione pubblica e dall'altra la permanenza di certe
problematiche interne non risolte?
Di certo non continuando a fare, delle legittime e giuste "differenze"
tra le varie componenti del movimento, un fattore di merito e di valore
(o disvalore); di certo non presentando progetti di legge da parte
di parlamentari lesbiche e gay che riguardino norme antidiscriminatorie
che includono l'orientamento sessuale ed escludono la "identità
di genere", come è accaduto recentemente. Non certo protestando,
sempre in Parlamento, contro il rifiuto del Governo di accettare i
rifugiati politici a causa del loro orientamento sessuale, senza citare
l'identità di genere (eppure il numero di paesi in cui la condizione
transessuale è proibita o "non prevista" dalla legge
è ben superiore rispetto a quelli che "vietano" le
cosiddette "pratiche omosessuali").
Non ci piace il ruolo di "cani da guardia" che abbaiano
continuamente contro le altre componenti del movimento GLBT (anche
se saremo - se del caso - "mastini" implacabili) per le
"dimenticanze", le "esclusioni" che ci vedono
involonari/e protagoniste e protagonisti. Ma ci piace ancora meno
il ruolo degli "ultimi" che si lamentano sempre. E' un ruolo
noioso, antipatico che determina, nel tempo solamente un "mi
entra da un'orecchio, mi esce dall'altro" da parte dei nostri
interlocutori; meglio abbaiare e dare qualche benefico "morso"
per attirare l'attenzione, piuttosto che recitare il ruolo della "vittima".
C'è più dignità, più orgoglio.
Ho fino ad ora detto come NON si esce da questa "silenziosa"
diatriba interna. Ora mi permetto di indicare qualche via reale d'uscita.
La prima è proprio questa. Dirci le cose apertamente. La seconda
- ed in essa sta il motivo per cui è proprio al Pride di Catania
ed all'Open Mind che dedico questo mio modesto ma sincero contributo
elaborativo - è quella della costituzione di Circoli, Gruppi,
Associazioni "GLBT" e non più solo gay, solo lesbici,
solo trans. Open Mind in questo senso è un modello da seguire,
perché è Associazione sinceramente e paritariamente
"GLBT" da sempre. Perché ad Open Mind non è
mai capitato di ricevere "lamentazioni" o "proteste"
da parte delle associazioni transgender italiane.
La costituzione di Associazioni GLBT (o in alternativa una stretta
collaborazione tra i gruppi gay, lesbici e trans, come avviene a Genova)
è una vera rivoluzione interna che passa troppo sotto silenzio,
rispetto alla sua portata.
Faccio un esempio che riguarda un'altra associazione GLBT italiana:
il Maurice di Torino. Recentemente è salito alla ribalta della
cronaca il caso di Emanuela e di Paola, coppia formata da una transgender
lesbica e da una donna lesbica, entrambe discriminate sul lavoro e
che ha determinato il non rinnovo di contratto per Emanuela da parte
della cooperativa sociale presso cui lavorava.
Possiamo assicurare che di casi "Emanuela", le Associazioni
trans italiane ne registrano a decine ogni anno ma in nessun caso
mai si è determinata una mobilitazione che coinvolgesse tutto
l'associazionismo GLBT. Come mai per Emanuela invece è accaduto?
Certo la co-presenza di una lesbica (genetica) nella vicenda discriminatoria
ha aiutato, ma abbiamo la convinzione che il vero motivo stia nel
fatto che il Maurice E' un'Associazione GLBT e come tale capace di
mobilitarsi per ognuna delle sue "componenti interne". Lavorare
insieme, nel rispetto delle differenze - talvolta anche importanti
- aiuta a comprendere le nostre singole specificità ed a introiettare
il concetto che gay, lesbiche, bi, trans, siamo tutti "vittime"
della "stessa mano" dominante e che solo insieme possiamo
davvero vincere.
Sbaglierò, ma sono convinta che se nel "curriculum vitae"
di Grillini e/o della De Simone ci fosse stato un periodo di presidenza
di associazioni GLBT e non, rispettivamente, di "Arcigay"
e "Arcilesbica" (o se, in subordine, Arcigay e Arcilesbica
avessero collaborato continuativamente con le ass.ni trans italiane),
certe dimenticanze non sarebbero proprio potute accadere.....
Ed è proprio perché crediamo possibile che il movimento
GLBT (specie in quest'Italia finto-bigotta, clericale e senza tradizioni
"liberal" a destra e libertarie a sinistra) possa diventare
"cruciale" nella crescita democratica del Paese che dobbiamo
imparare a chiarirci davvero fino a comprenderci più approfonditamente
di quanto non sia accaduto fino ad oggi.
Nella sensazione che Crisalide e Open Mind condividano più
di quanto siano mai riuscite a comunicarsi, auspico che - nonostante
le distanze geografiche rendano difficile il lavorare insieme - da
questo Pride in poi, Open Mind e Crisalide AzioneTrans, possano iniziare
una collaborazione più stretta e soprattutto possano riuscire
a costruire un "lavoro di rete" in grado di estendere sempre
di più in Italia una "protezione" GLBT a chiunque
ne abbia bisogno.
Un abbraccio dal cuore a tutte e tutti voi.
Mirella
Izzo
presidente
Mirella Izzo